Appena ventisette anni ma già una buona carriera alle spalle tra cinema, tv e moda. Padre americano, madre italiana, per studiare va negli States per un corso di recitazione di pochi giorni. L’esperienza è folgorante tanto che poi decide di rimanere a Los Angeles e alimentare il sogno del cinema lavorando, nel frattempo, come cameriera in un ristorante. Parliamo di Matilda Lutz, uno dei talenti da tenere d’occhio del cinema italiano e americano. Splendente ne L’estate addosso di Muccino, l’avete vista anche come protagonista nel terzo capitolo della saga horror The Ring e, prima, nella serie Fuoriclasse.

L’Intervista

Da Milano a Hollywood: hai studiato e lavorato tanto per il tuo sogno e ora interpreti un ruolo classico del cinema action thriller. Come ti senti?

“Per la mia carriera cerco di fare le cose più diverse possibili, evitando la monotonia. Volevo sfidarmi, questa è una tipologia di ruolo che mi ha sempre affascinato. Non tanto per i film di questo genere che, devo essere sincera, mi mettono molta paura, ma mi ha attratto il cambiamento del personaggio nel film, cioè il giocare sugli estremi e poter utilizzare il corpo come primo mezzo di comunicazione. Il mio personaggio parla pochissimo, c’è tantissima azione poi.

Infatti la tua è una prova molto intensa, sia dal punto di vista fisico, sia emotivo. Come ti sei preparata per Revenge? 

“In realtà la preparazione arriva sin dalla nascita: in casa abbiamo praticato sempre fatto sport molto impegnativi: hockey, surf, skateboard e calcio. Io sono cresciuta con lo sport e quando mi sono trasferita a Los Angeles ho fatto un corso di stunt. Insomma, l’azione mi è sempre piaciuta, quando arriva hai pochissimo tempo per pensare, le cose cambiano continuamente nel film. Nel caso di Revenge poi la preparazione è stata molto veloce perché all’inizio Coralie Fargeat, la regista, mi aveva detto che non ero stata scelta, poi la protagonista designata ha lasciato il progetto e sono subentrata io. Dopo soli cinque giorni dalla chiamata abbiamo cominciato a girare.

Nello specifico, per il personaggio di Jen ho cercato sempre di usare i due estremi, provando a immedesimarmi in lei. Nella prima parte mi sono ispirata a delle icone come Marilyn Monroe o Brigitte Bardot, icone sensuali che cercavano di attirare l’attenzione, anzi erano loro l’attenzione. Nella secondo ho lavorato con l’istinto, estremizzando i sensi come quello dell’olfatto. Ho trovato riferimenti in Lara Croft (eroina della saga di Tomb Raider, N.d.R) e in seconda battuta in Kill Bill. In più ho osservato le pantere, i leoni e il loro movimento tipico, attento e silenzioso, all’interno dei loro habitat. Ho pensato a Jen come un felino in difesa dei suoi cuccioli.”


Revenge è il primo “rape & revenge movie” diretto da una donna. Una svolta importante. Com’è stato il tuo rapporto con la regista Coralie Fargeat sul set?

“Siamo diventate amiche e ci vediamo spesso. Devo essere sincera: non mi era mai capitato di stringere un rapporto così confidenziale, come quello con Coralie, con una persona con la quale ho lavorato. Non me l’aspettavo, però, già dai provini ho avuto la sensazione di conoscerla da sempre. Al primo incontro abbiamo parlato per due ore e non di lavoro ma di vita, come se fossimo due amiche.

Sul set è stato difficile girare perché il meteo non era dalla nostra parte e abbiamo lavorato in soli 32 giorni. Le scene nel film vi danno l’impressione di un caldo asfissiante ma in realtà, in Marocco, faceva molto freddo a fine febbraio. Erano tutti in cappello e piumino e io dovevo girare in bikini facendo finta che facesse caldo torrido. Un set molto impegnativo devo dire ma Coralie mi ha sempre protetta ed è sempre stata una di noi.”

A proposito di donne e cinema. Revenge esce in un periodo particolare per il cinema mondiale (movimento Me Too), nel film tu passi da Lolita a Rambo, da “oggetto” a soggetto padrone del proprio destino. Rinasci come una fenice. Cosa ne pensi di questa potente metafora alla base del film, come l’hai fatta tua?

“In realtà il film è stato realizzato e presentato a Toronto prima dei “casi Weinstein” e del movimento Me Too ma avevo chiaramente notato questa metafora parlandone con Coralie e lei aveva proprio quest’obiettivo: far capire che la vittima non deve avere colpa e deve essere protetta. Poi, dopo che è nato il movimento, le persone che hanno visto il film hanno cominciato a guardarci dentro dei rimandi. Io non sono una vendicatrice in generale, Revenge è un racconto surreale e c’è una metafora molto forte, rivedere poi nel film finito la scena dello stupro mi ha fatto molto effetto. È stato rappresentato molto bene il senso di manipolazione psicologica che subisce la protagonista da parte dell’uomo, è una cosa ardua da raffigurare in immagine e Coralie ci è riuscita appieno. Poi bisogna considerare anche la difficoltà di girare con tre uomini molto più grandi di me scene così forti, ho avuto anche io i miei dubbi e le paure ma la regista è stata sempre dalla mia parte, essendo donna anche lei sapeva interpretare cosa mi stesse passando in mente.

Sul caso Me Too voglio dire: quando una persona dice di “no” è “no”, non importano le circostanze. Mi rendo che è utopico come pensiero perché purtroppo non succede sempre così. Penso anche che il movimento sia però un po’ estremizzato talvolta e non è un bene per combattere il problema in tutto il mondo, non solo in Europa o Usa. Estremizzandolo si cade, a volte, nella cosiddetta “caccia alle streghe” invece che insegnare e far capire alle persone perché lottare contro queste violenze.”


Sei giovane ma già con una buona carriera alle spalle. Hai lavorato con diversi generi e questo è, dopo The Ring, il secondo film a tinte fosche e forti. Cosa ti affascina di questo tipo di pellicole?

“Ho iniziato ad amarli mentre li facevo, gli horror mi fanno paura, sono super sensibile pur se mi incuriosiscono. The Ring 3 è capitato dopo solo un anno che stavo a Los Angeles, non mi sembrava vero: mio padre è americano però ho l’accento italiano e non pensavo mi offrissero un ruolo di una ragazza statunitense, è stato come essere travolta da un’onda. Il fascino di questi film sta nella realizzazione tecnica, degli effetti speciali ad esempio, è difficile vederlo su altri set, non horror. Ho lavorato anche con lo stunt-man di Tom Cruise, esperienza bellissima. Comunque The Ring 3 è stata un’avventura diversa da Revenge, il secondo era low budget mentre nel caso del primo parliamo di un grosso titolo con grande budget, dunque l’esperienza di set è stata differente. Ci sono molte più persone che ci lavorano.”

Quali sono i film che, secondo te, un appassionato di cinema dovrebbe per forza vedere?

“Bella domanda, molto difficile, posso dire però i miei preferiti: Le ali della Libertà, Il miglio verde, Leon, La dolce vita, Colazione da Tiffany. Poi secondo me il Cinema è soggettivo, ci sono dei film cult da vedere una volta nella vita, però ci sono anche quelli che sono ritenuti cult ma che poi personalmente non piacciono. Quello è il bello della Settima Arte: ognuno trova quello che gli piace.”

Progetti futuri? 

“Ora il mio pensiero è certamente la maternità. Sul fronte del lavoro vorrei continuare a lavorare sia in Italia che negli States, adesso ho trovato anche un agente in Francia, voglio espandere gli orizzonti e mi interessa trovare storie, personaggi e registi che apprezzo, non ne ho uno in particolare ma ne voglio uno da stimare. Coralie ad esempio era al primo lungometraggio ma ho subito percepito l’apprezzamento e la fiducia reciproca, secondo me, si vede nel risultato. Come progetti futuri in particolare c’è la serie I medici, per Rai e Netflix, dove sarò la Venere del Botticelli, un bell’impegno certamente, e poi c’è un proof of concept (un prototipo N.d.R.) di genere “sci-fi”, Megan, che vorrebbe essere trasformato in un lungometraggio ma ancora non si sa. Poi, dopo la nascita del mio bimbo, si vedrà.”

Revenge sarà nelle sale dal 6 settembre e nel cast, oltre Matilda Lutz, ci saranno Kevin Janssens, Vincent Colombe, Guillaume Bouchede. Regia di Coralie Fargeat.